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Agricoltura hi-tech e allevamento digitale

 

Agro hi techAnche l’agricoltura si fa hi-tech. Un trend globale destinato a rendere il settore del primario sempre più produttivo e sostenibile. Tutta una serie di soluzioni tecnologiche sta infatti trasformando radicalmente il mondo delle fattorie. Droni, telecamere, sensori e robot hanno ormai trovato un impiego quotidiano nelle aziende agricole. E a ragione. Sono strumenti altamente performanti che garantiscono efficienza e precisione. Tanto che Tractica, una società di mercato, stima il loro volume di affari sui 74 miliardi di dollari entro il 2024. L’Italia punta ad estendere l’uso di queste tecnologie nel giro di pochi anni fino al 10% della superficie coltivata. Un obiettivo possibile se si prendono a prestito i suggerimenti che vengono dall’estero. Ma anche nel nostro Paese non mancano proposte interessanti e modelli virtuosi.

Quella digitale è una rivoluzione silenziosa. Molto diversa da quella introdotta più di settant’anni fa. Allora il fragore dei motori era l’eco dell’industria che si riverberava massiccia sui campi, squarciandone la quiete. Oggi invece i nuovi protagonisti sono piccolissimi ed emettono un lieve brusio a mala pena percepibile. Sono i circuiti integrati che processano dati e dànno risposte agli imprenditori. Si nascondono nella pancia o nei meccanismi di robot e dispositivi, vale a dire i moderni braccianti agricoli.

Tra i più importanti ci sono senza dubbio i droni. Impiegati in attività di ricognizione, analizzano il terreno. Individuano problemi quali la presenza di roditori, pidocchi o sacche d’acqua; poi intervengono i rover (veicoli di superficie teleguidati) che percorrono i filari per andare a colpire i parassiti; in questo senso giocano un ruolo fondamentale le mappe di prescrizione, capaci di guidare da remoto spandiconcimi, botti del diserbo e seminatrici pneumatiche.

Ma se diamo un’occhiata al di là dei nostri confini, possiamo individuare altri protagonisti delle odierne fattorie. Che forse renderanno un po’ meno rustica − nel senso di rozza e disordinata − la realtà contadina.

Nel Nord America e in Australia si sperimentano sensori idrometrici predittivi (misuratori che prevedono come si modificherà il livello delle acque) per fronteggiare i cambiamenti climatici. Inoltre, negli allevamenti gli animali indossano dei collari sonori che li guidano all’interno di staccionate virtuali disegnate sullo smartphone degli allevatori (soluzione questa ampiamente adottata anche in Italia).

In Germania alla international green week sono stati presentati due robot. Il primo si chiama Iglo. È in realtà una stalla robotizzata per bovini con una macchina per alimentarli. Il secondo juno è invece un automa che spinge il fieno verso le mangiatoie delle mucche.

Sempre in Germania, ad Hannover è stata messa a punto un’applicazione chiamata Plantix che trasforma il nostro cellulare in un medico delle piante. Basta una fotografia e dopo qualche secondo viene individuata la malattia.

In Olanda l’agricoltura che non ti aspetti. Dopo le case a galleggiare infatti ci sono anche le fattorie. Il primo esempio è a Rotterdam. Qui una fattoria, autosufficiente grazie alle energie rinnovabili, produce latte e formaggi direttamente dal porto. E Ospita perfino un laboratorio per le ricerche sullo smaltimento dei rifiuti.

In Grecia un’applicazione per smartphone ideata da un matematico ha reso più semplice il monitoraggio dello stato di salute delle api in ciascun alveare. Innovazione che avrà senz’altro benefici per l’agricoltura notoriamente dipendente dall’impollinazione delle api.

E in Italia? Incominciamo con un modello virtuoso. L’azienda agricola Ponte Vecchio a Vidor (Treviso). È totalmente automatizzata. Una sola persona da remoto controlla le mungitrici automatiche che lavorano su 120 vacche. Con questa metodologia di lavoro la produzione è migliorata di un quarto. Sono quindi risultati di questo tipo a spingere il Ministero per le politiche agricole a puntare sulla diffusione della tecnologia di precisione nell’agricoltura.

In Italia infatti il Crea, l’ente governativo per la ricerca in agricoltura, conduce un allevamento sperimentale a Cascina Baroncina (Lodi). Nelle stalle sono stai posti dei microfoni per registrare la tosse dei vitelli e le vocalizzazioni degli adulti. Il fine è quello di individuare situazioni di sofferenza o problemi etologici e gerarchici. Altri sensori studiano invece la ventilazione degli ambienti per misurare la temperatura e l’umidità o rilevare la presenza di ammoniaca. Inoltre, si cerca anche di migliorare misuratori come podometri, attivometri e ruminometri. L’obiettivo è garantire il benessere dell’animale, aumentare la produttività e ridurre l’impatto ambientale.

La questione della sostenibilità nel primario non è affatto trascurabile. Ad esempio, il letame rilasciato dalle mucche produce metano come anche la loro digestione. L’aumento del gas nell’atmosfera aggrava i rischi del surriscaldamento globale. Per questo motivo in Danimarca si sta lavorando alla sintesi di un erba più digeribile.

Un altro gas nocivo per l’atmosfera è il protossido di azoto. Si tratta di un fenomeno naturale di origine batterica. Il gas infatti è prodotto dal suolo. Le cause sono le caratteristiche morfologiche dello stesso, il modo in cui viene lavorato e i fertilizzanti. Per contrastarlo, dei ricercatori in una fattoria sperimentale di Oslo stanno studiando le sue emissioni grazie a un robot. Con i dati estrapolati si vogliono indurre i batteri a produrre un enzima capace di distruggerlo.