I cento giorni di Trump e l’incubo dell’impeachment

 

È un po’ tardi per parlare dei primi cento giorni del presidente Donald Trump. Il traguardo è stato già raggiunto il 29 aprile scorso. Quindi, sarebbe più opportuno allungare il periodo in esame coprendo anche il mese di maggio. Gli eventi di queste ultime settimane sono stati infatti incandescenti. Hanno rafforzato i  sospetti democratici su una più che probabile complicità fra il presidente americano e il Cremlino. Sospetti che se provati aprirebbero il sipario ad un nuovo Watergate.

Il vecchio Tycoon ha comunque ammesso di trovare il compito presidenziale più difficile di quanto si fosse immaginato. Una consapevolezza che forse rappresenta uno dei pochi elementi di discontinuità con la sfacciata baldanza della campagna elettorale. A beneficio di un linguaggio meno provocatorio e sicuramente più consono ad una figura istituzionale. Ma potrebbe non bastare perché si profila la minaccia dell’impeachment.

Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca il 20 gennaio del 2017 con un discorso nazionalista riassunto dalla formula “americans first” (gli americani innanzitutto). Tra i suoi obiettivi conclamati vi erano la costruzione del muro lungo il confine con il Messico, misure più severe sull’immigrazione, la cancellazione dell’Obamacare, del NAFTA (il Trattato di libero scambio dell’America del Nord) e delle politiche democratiche per contrastare il cambiamento climatico.

Gran parte di queste promesse sono rimaste lettera morta, almeno per il momento. Altre invece come l’Obamacare attendono il verdetto decisivo del Senato, mentre il NAFTA stando alle parole del presidente Trump sarebbe in fase di rinegoziazione.

Il giudizio sull’immigrazione si presta invece a opinioni contrastanti. Da una parte i divieti hanno fatto capire che l’atteggiamento verso gli immigrati soprattutto quelli illegali è cambiato. D’altra parte la bocciatura di questi stessi ordini esecutivi da parte dei tribunali federali ha mostrato che un’interpretazione autoritaria del potere verrà prontamente osteggiata da tutte le forze vitali presenti nel Paese. A cominciare dai media.

Allo scadere dei 100 giorni l’indice di gradimento del presidente è stato il più basso dai tempi di Eisenhower. Nonostante Trump si sia detto soddisfatto del suo lavoro dandosi tra l’altro un voto molto alto, una A, il 53% degli americani ha invece bocciato il suo operato. Il presidente però non si è demoralizzato. A fine aprile ha declinato la sua partecipazione alla cena dei corrispondenti di Washington preferendo un comizio a Harrisburg in Pennsylvania per incontrare quella base elettorale che ha decretato la sua vittoria alle presidenziali e che ripone ancora grande fiducia in lui.

Poi però è scoppiata la grana James Comey, il direttore dell’Fbi licenziato il 9 maggio. Ufficialmente per aver gestito male il caso delle mail di Hillary Clinton al tempo in cui la ex first lady era Segretario di Stato. Un caso aperto e chiuso a pochi giorni dal voto presidenziale e sommatosi al furto di migliaia di documenti democratici finiti poi nelle mani di Wikileaks. Il sospetto di una manipolazione elettorale da parte di pirati informatici russi ha dato il via alle indagini sul Russiagate. Tanto che a Marzo Comey ha informato il Congresso che stava indagando sui legami tra lo staff presidenziale e il Cremlino. Il vero motivo quindi che ha indotto Trump a licenziarlo.

Nel frattempo The Donald ha gioito per la vittoria risicata alla Camera contro l’Obamacare. E ha rilanciato un ambizioso piano di riduzione delle tasse che comunque non è stato accolto favorevolmente dalla stampa. L’economist infatti lo ha trovato confuso e per questo poco rassicurante anche per i mercati.

Ma col passare del tempo il Russiagate si è arricchito di nuovi capitoli. Il Washington Post ha accusato Trump di aver licenziato Comey per le sue indagini su Michael Flynn. Il presidente gli avrebbe chiesto di desistere dall’intento. Ma l’ex consigliere alla sicurezza nazionale si era dimesso a febbraio per una conversazione telefonica con Sergej Kisljak, una conversazione con cui prometteva all’ambasciatore russo negli Stati Uniti l’eliminazione delle sanzioni contro Mosca. Flynn è dunque un soggetto che chiama su di sé forti sospetti.

Poi è seguita una spirale di fatti che hanno sollevato una serie di dubbi su Trump e i suoi rapporti con la Russia. il primo, Trump è stato accusato di aver passato un dossier segreto sull’ISIS al ministro degli esteri russo, Sergey Lavorov, in visita alla Casa Bianca. Notizia subito smentita sia dal diretto interessato sia dal presidente russo Vladimir Putin. Il secondo, Trump avrebbe riferito a Lavorov di aver licenziato Comey per “alleggerire la tensione”. Una frase che potrebbe essere interpretata come il tentativo di impedire il corso della giustizia. Motivo più che sufficiente per chiedere l’impeachment. E infine, l’indiscrezione su un alto funzionario indagato che stando agli indizi sarebbe Jared Kushner, genero di Trump, e al contempo consigliere senior del presidente con delega al Commercio e al Medio Oriente. Figura spregiudicata per come gestisce i suoi affari anche con i rappresentanti russi.

In questi ultimi giorni Trump è impegnato in trasferta. È stato prima in Arabia Saudita dove ha chiesto ai musulmani di prendere le distanze dai terroristi e poi in Cisgiordania e in Israele per riattivare il negoziato di pace. Oggi invece ha incontrato a Roma  il Papa. Dopo l’incontro ha detto di essere “più determinato che mai per la pace”. Bisognerebbe sentire però cosa ne pensano i democratici. Di sicuro impegnati a far emergere più che qualche sospetto sul Russiagate.