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Paese strano gli Stati Uniti. La più grande potenza del mondo, Cina permettendo; la nazione dove è nata la democrazia moderna, che ha cercato, con risultati non sempre all’altezza di esportarla; accusata da sempre di fare la “paladina del mondo libero” in casa d’altri. Ma contemporaneamente è l’unica a garantire tanta libertà di pensiero e di parola da portare un sito internet alla conquista di un Pulitzer.
‘Pro Publica’ si dichiara indipendente. Pronta a “pubblicare ogni abuso di potere da parte del governo, del mondo degli affari e delle istituzioni”. Con l’unica “forza delle investigazione giornalistiche”. Ha sede a Manhattan e dal 2008 cerca di sperimentare un “nuovo modello di giornalismo”. “Un rischio” ma è anche un momento – rileva la redazione – in cui “nuovi modelli sono necessari per preoccuparsi del futuro del giornalismo”.
Come le grandi cose della vita o si amano o si odiano, e il paese a stelle e strisce n’è l’esempio più illuminante. Il giornalismo più autorevole? Per tutti è quello del New York Times. Le inchieste da prendere ad esempio? Come non ricordare il Watergate. Il presidente Nixon chiedere scusa in diretta televisiva. La ‘gola profonda’ rivelare i retroscena di una fallita spiata nel quartiere generale elettorale democratico. Lo stile di scrittura che tutti dovrebbero usare? Asciutto, lineare e diretto. Nessun commento. Come insegnano ad ogni aspirante giornalista. Endorsement permettendo, e non chiamiamola faziosità. Meglio definirla “assunzione di responsabilità”. Chiarezza nei confronti dei lettori.
Esempi che proprio ora ritroviamo anche sul web. Almeno nell’intenzione della redazione di ‘Pro Publica’, diretta da Paul Steiger, già direttore editoriale al The Wall Street Journal, in collaborazione con Stephen Engelberg, editore investigativo del New York Times. Il sito, propublica.org, nasce nel 2008. Due anni ed arriva il premio Pulitzer al suo staff per i reportage investigativi, in particolare per la copertura post uragano Katrina. Decine di inchieste: l’inquinamento causato dalle trivellazioni di gas e petrolio; i problemi psico fisici dei soldati tornati dai conflitti medio orientali; il dilemma sui detenuti di Guantanamo; fino alla catastrofe ambientale del Golfo del Messico.
28 premi in due anni. Il nuovo punto di riferimento della rete. Lontano dai circuiti informativi istituzionali, dominati dai colossi Cnn, Abc, Cnbc e Fox. Big dell’informazione che hanno caratterizzato la comunicazione televisiva dagli anni 60 in poi. Ma ora, nell’era di internet, delle notizie sempre disponibili, sempre più in difficoltà a mantenere intatta la propria fama.
Una società no profit. Nessuno scopo di lucro. Ma ultimamente l’immagine si è un po’ appannata. Essere protagonisti dell’informazione libera e controcorrente non esclude da doveri morali. Ultimamente, pur esentata dal pagare le imposte al fisco federale, il sito ha reso pubblici gli stipendi dei suoi 32 redattori e 15 collaboratori esterni. Se lo stipendio dell’americano medio è di circa 27 mila dollari l’anno, con buona pace di Joe ‘The Plumber’ protagonista dello scontro Obama- Mc Cain in campo fiscale, il team di ProPublica non può certo lamentarsi.
571 mila dollari per il Presidente Paul Steiger, poco più di 320 mila per il segretario tesoriere Richard Tofei, e 200 mila per i giornalisti più importanti: Susan White e Dafna Linzer. Miracolo tutto americano, numeri impensabili nel vecchio continente. Il merito è nei 6.4 milioni di contributi e sussidi da parte, principalmente, dalla ‘Sandler Foundation’ e dai contributi di numerose associazioni filantropiche.
Numerosi i commenti alle cifre apparse sul sito. Un lettore commenta così: “Probabilmente si potrebbe trovare qualcun altro che lavora per meno, ma se la gente è contenta di versare denaro allo staff attuale lasciamoglielo fare”. Viva la libertà.
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