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| I (tanti) limiti del diritto di cronaca |
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Per i giudici che lo condannarono l’autore dell’articolo aveva travalicato i limiti dell'esercizio legittimo del diritto di cronaca e critica giornalistica. La corte Europea, invece, ha valutato i fatti di pubblico interesse, definendosi contraria alla sentenza italiana. È questo uno dei tanti casi che da lungo tempo si ripetono con costanza e ripetitività. Ogni giornalista, quotidianamente, combatte una battaglia, quella tra il diritto di cronaca e i limiti che questo può incontrare. Insomma c’è una linea bianca nel settore dell’informazione che pochi riescono a non superare. Potere politico e potere dei giornali si pongono uno contro l’altro, in attesa che vinca il migliore. Si aspetta un verdetto che pochi riusciranno a vedere, se ci sarà. In Italia la figura del professionista della notizia è piuttosto particolare: è uno dei pochi Paesi che ha un ordine per i giornalisti, una sorta di casta che non rende questo mestiere libero, come invece dovrebbe essere. E i limiti che di continuo vengono imposti sono tanti. Tra questi l’ultima proposta di ddl sulle intercettazioni, quella che i più conoscono come “legge bavaglio”. La prima stesura fece rabbrividire. Si cambiava nella sostanza l'oggetto della pubblicazione e le sanzioni per chi non rispettava i limiti stabiliti dal testo. Si diceva che si potevano pubblicare soltanto sotto forma di riassunto gli atti di un processo non più segreti e non si potevano trascrivere i testi delle intercettazioni fino al termine delle indagini preliminari. Si vietava inoltre la pubblicazione di tutto quello che riguardava "fatti e persone" estranee alle indagini, nonché degli atti e delle intercettazioni destinate ad essere distrutte. Rispetto alla prima versione della legge si sarebbe ridotte le pene di reclusione, questo è vero, da due mesi a uno; inoltre sarebbero calate le multe, restando invariata quella per gli editori (fino a 465mila euro).
Questa proposta di legge fu criticata dai più; riuscì a portare tante persone in piazza con la paura che la libertà di raccontare venisse lesa. Ma per ora sembra che tutto si sia dissolto nell’aria. Piuttosto la problematica che questa iniziativa governativa porta con se è molto più ampia. Fino a che punto si può spingere il fare buon giornalismo? finché si ci sente liberi di raccontare? La Santanchè durante le proteste contro la legge bavaglio dichiarò che anche un mafioso aveva il diritto alla privacy. Certo, come no. E poi non lamentiamo che dal carcere i detenuti ancora oggi continuino a mandare ”pizzini” tramite trasmissioni televisive. Inoltre se ci fosse stata questa legge, non avremmo potuto ascoltare, per esempio, la telefonata tra i due imprenditori Francesco Maria Piscicelli e suo cognato Pierfrancesco Gagliardi, avvenuta il sei aprile 2009 poche ore dopo il terremoto che ha distrutto L'Aquila, durante la quale i due ridevano di quanto accaduto. Non è forse diritto dei cittadini essere informati su fatti di questo genere? Limitare il diritto di cronaca, vuol dire porre un freno all’informazione e di conseguenza alla conoscenza. Ma del duello perenne tra potere politico e giornali, forse saranno proprio i primi ad avere il coltello dalla parte del manico. |
Presso l'ateneo di Palermo, un politologo e docente universitario, era stato condannato, in sede civile, al risarcimento del danno derivante dalla pubblicazione sul periodico "Narcomafie". Era il 1994 quando scrisse circa la scelta del presidente della Provincia di Palermo di presentarsi come legale di un imputato nel processo della strage di Capaci, nonostante la decisione dell’ente provinciale da lui presieduto che si era costituita parte civile nella stessa aula del tribunale.
