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Nelle ultime settimane, le attività dei politici, fra post, video e foto, sono aumentate di ben cinque volte. Secondo la startup italiana Ecce/Customer, su Facebook ogni secondo sono comparsi di media due messaggi legati alle pagine dei candidati premier, mentre su Twitter si sono toccati i 480 al minuto. È molto interessante notare come dovrebbe essere ripartito il prossimo parlamento in base al volume di post e commenti. Di sicuro si tratta della prima vera e propria campagna elettorale social in Italia. Più incerto è quanto questi strumenti spostino i consensi e il bacino elettorale dei contendenti.
Sulla base dei dati ricavati dall’analisi del gradimento dei politici sui social network, Beppe Grillo avrebbe il 56% dei voti, davanti, e di gran lunga, a Silvio Berlusconi e Nichi Vendola, che raggiungerebbero rispettivamente il 9 e il 6%. Su Facebook, il comico genovese ha ormai oltre un milione di fan, contro i 400 mila del leader Pdl e di quello di Sel. Ma il dato più interessante è che la pagina del capo del Movimento 5 Stelle, che rappresenta stabilmente metà di quanto venga quotidianamente prodotto sul social network.
Su Twitter il discorso è un po’ diverso. In testa, infatti, c’è il leader del Pd, Pierluigi Bersani, davanti a Mario Monti, Oscar Giannino, Grillo e Vendola. I sondaggi, tuttavia, dicono altro. E ciò può significare da un lato che i social network non spostano ancora più di tanto i voti da uno schieramento a un altro né schiariscono le idee ai più indecisi, dall’altro che si tratta di uno strumento pericoloso, imprevedibile, ma anche effimero. Ad esempio, l’ormai nota proposta shock di Silvio Berlusconi di restituire l’Imu non ha smosso il popolo della Rete, ma i sondaggisti ci hanno detto che dopo lo show televisivo il Pdl ha guadagnato due punti percentuali.
D’altra parte bisogna invece analizzare l’attività dei fan e dei follower. Negli ultimi tempi, quelli più attivi sono stati i seguaci di Mario Monti e della sua Lista Civica, seguiti a breve distanza da quelli di Ingroia e della Rivoluzione Civile. Tuttavia, è lo Tsunami Tour di Beppe Grillo ha provocare una vera e propria inondazione di contenuti sul web. Ognuno di essi è condiviso almeno 4 mila volte.
I social network sono anche lo specchio del modo di far politica dei partiti e dei movimenti in lotta per le prossime elezioni. Il Pd, ad esempio, usa la rete come farebbe con un volantinaggio per organizzare i suoi militanti. Il Pdl per creare consenso. Monti per arrivare dove non potrebbe mai arrivare parlando tramite i media tradizionali. Internet funziona anche come tipografia, redazione e ufficio stampa. Ma, anche in questo caso, la differenza la fa il capitale che ogni candidato ha a disposizione e può investire nella forza lavoro cognitiva da mettere in campo. Non è un caso che Mario Monti abbia arruolato David Axelrod, lo stratega delle campagne elettorali di Obama.
La campagna elettorale su internet è basata soprattutto sull’integrazione, la comunità e l’attività dei leader. La presenza è molta, ma la chiarezza è scarsa. Una delle conseguenze di questa situazione è che non esiste ancora nessun modello teorico in grado di mettere in relazione un tweet o un like con il voto che verrà espresso al seggio. Anche se di certo la Rete può creare un clima favorevole a un candidato o a un partito aiutando a farli conoscere. Internet funziona abbastanza come strumento di aggregazione e mobilitazione.
In Italia le persone connesse sono 40 milioni delle quali 17 milioni si informano in Rete con una permanenza quotidiana di almeno un’ora. E su internet l’informazione si cerca e soprattutto si può commentare. Niente a che vedere con la campagna elettorale made in Usa, con quella di Obama in particolare, ma quelle del 24 e 25 febbraio rappresentano le prime elezioni 2.0. Anche se bisogna distinguere tra i social network, che da soli non spostano voti, e l’utilizzo di potenti database in grado di raccogliere informazioni dalla Rete, analizzarle e incrociarle per targettizzarle per precisi scopi elettorali. Una delle frontiere ancora sconosciute in Italia, dove scontiamo un ritardo nella comunicazione politica digitale di almeno dieci anni.
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