Le casalinghe disperate dell’Isis

 
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Un attrice della serie “Le Vere Casalinghe dell’Isis”

Si può ridere dell’orrore? È una domanda che spesso i media ci hanno posto negli ultimi tempi. Primo perché l’otto gennaio è stato l’anniversario di Charlie Hebdo. Secondo perché la BBC ha da poco lanciato la serie televisiva The Real Housewifes of Isis. Ovvero una serie di sketch satirici sulle donne che hanno sposato la causa del sedicente Califfato. Ma parlare di donne quando c’è di mezzo lo Stato Islamico è una questione molto delicata. È normale quindi che non tutti condividano questo tipo di satira. Come del resto a non tutti piacciono le vignette del fumetto francese.

Un Episodio della serie The Real Housewifes of Isis

La serie The Real Housewifes of Isis si compone di brevi episodi che non durano più di due minuti. Mostra quattro giovani jihadiste alle prese con la loro vita quotidiana. Queste si scambiano battute che mettono in risalto l’assurdità delle loro esistenze. “Mancano tre giorni alla decapitazione e non so cosa mettermi”, “Mi copi in tutto,” dice Zaynab all’amica con indosso il suo stesso gilet kamikaze. E Ancora: “Non fa altro che parlare delle sue 40 vergini. Perché non può essere felice con me?”, “Si tratta di questo, vorrei non essere mai andata via di qui”.

E invece la realtà è completamente diversa. Molte donne che si sono unite all’Isis si sono poi pentite. Perché dal momento che aderiscono al Califfato le loro libertà vengono limitate e subiscono abusi.

È anche vero però che ci sono jihadiste coinvolte nel reclutamento di coetanee in tutto il mondo e altre incaricate di monitorare l’osservanza delle donne ai dettami dello Stato Islamico. Comportamento abietto se si pensa alle schiave del sesso e alla compravendita delle fanciulle.

I dati dicono che nel 2015 sono 550 le donne partite per la Siria e l’Iraq con l’intento di unirsi all’Isis. È probabile quindi che tante siano state radicalizzate dalla propaganda jihadista.

La divergenza di opinioni relativa al programma della BBC va vista dunque in questo contesto. C’è chi sui social non nasconde la propria indignazione e chi invece pensa che l’indignazione sia solo ridicola, perché quelle donne che sono andate in Siria sapevano bene a cosa sarebbero andate incontro. Anche Dan Bilfesky, giornalista del New York Times, è favorevole alla satira ma senza voler colpevolizzare nessuno. Ritiene infatti che l’ironia sia un’arma potente per sottrarre le giovani menti all’insensatezza della propaganda salafita. Gli fa eco Shiraz Maher dell’International Center for the Study of Radicalization del King’s college di Londra: “Le casalinghe disperate non sono poi tanto diverse dal Grande Dittatore di Chaplin”.

E in effetti nella storia dell’Occidente il cinema non ha mancato di ridicolizzare i grandi dittatori. Anche con i cartoni animati. Bugs Bunny, il coniglio grigio della Warner Bross che con l’astuzia si fa beffe dei prepotenti, nel ’43 venne addirittura messo in contrapposizione ad Adolf Hitler. Per quanto riguarda la rivista satirica Charlie Hebdo la sua posizione è molto chiara. Le sue vignette possono piacere o meno, ma “smettere di fare satira per paura di essere colpiti significa sottomettersi alla dittatura dello Stato Islamico”.