Le primarie del PD e la finta campagna online

 

PD

Al web si sfugge sempre meno.
Dalla vita privata a quella professionale, tutte le nostre pratiche sociali sono state investite e potenziate dalla comunicazione on line. Ai cambiamenti relativamente rapidi della sfera comunicativa sociale seguono arrancando quelli della sfera pubblica. Sia la comunicazione istituzionale che quella politica stentano, si sa, a tenere testa alle trasformazioni.

 

Se i siti delle varie istituzioni hanno visto un’attenzione crescente negli ultimi anni, non si può dire certo dei siti dei partiti. Più che cogliere le opportunità di rilancio del messaggio politico offerte dalla rete, i partiti sembrano inseguire con rassegnazione una scia che, da Obama, sembra impossibile evitare. Segno evidente dell’insofferenza per il rapporto on line, inevitabilmente diverso da quello mediato da tv e giornali, è la campagna per le primarie del Partito Democratico. I tre candidati hanno vantano un assiduo dialogo con il popolo della rete che in realtà si è dimostrato a senso unico.

Vediamo le pagine personali dei tre candidati.

 

A parte la grafica multimediale, i siti per lo più raccolgono le mozioni dei candidati, discorsi, partecipazioni a eventi vari, foto e rassegna stampa. Nessuna traccia d’interazione. La pagina di PierLuigi Bersani ha una sezione “partecipa anche tu” che si riduce a un form, da compilare con i propri dati e la propria motivazione al sostegno del candidato, e la possibilità di scaricare materiali della campagna per diffonderli. Nessun forum, né chat, nè sistema di scambio reale di pareri e proposte con gli elettori.

Il sito di Ignazio Marino ha una grafica più innovativa, ma anche qui poca traccia d’interazione con l’utente se non dei post di commento che non ricevono risposta. Solo il sito di Dario Franceschini fa uno sforzo, con una sezione dedicata alle proposte con la possibilità reale di inserirle, ma senza nessuna interazione con il candidato- o con il suo staff- che lo rende più che altro una bacheca dei sogni.

Interessante, inoltre, l’esperimento fatto su Facebook da Rivista on line. Il gruppo della rivista presente su Facebook ha formulato quindici domande da sottoporre ai candidati, proposte sia nella pagina del gruppo che sui profili personali dei candidati. Nel caso di mancata risposta, i candidati avrebbero dovuto pubblicare un post nei rispettivi profili per motivare il gesto. I risultati parlano chiari: nessuna risposta né post di motivazioni, anche dopo la riduzione dei quesiti a otto. Le domande erano delle più scomode: dalle motivazioni per le grosse perdite di voti del Pd negli ultimi anni al ricambio della dirigenza, dal rapporto fra Stato e Chiesa all’atteggiamento sull’immigrazione clandestina.

E’ evidente che i dirigenti del Pd non vogliono comprendere appieno le specificità della comunicazione sul web e l’importanza che ha acquisito nel dialogo con gli elettori. E questo comporta non solo la rinuncia alle possibilità offerte dalla rete, ma anche la rinuncia al confronto con una parte importante di elettori che “abita” la rete. Una parte consistente di quella società che chiede da anni un cambiamento al Pd, a partire da risposte franche e dirette su temi scottanti.