Le nuove frontiere del Data Journalism

 

Il giornalismo basato sui dati non è una novità. Tuttavia il web ne ha moltiplicato le possibilità. Gli utenti hanno adesso l’opportunità di personalizzare le informazioni dettagliate che non trovavano posto sui media tradizionali.

Bisogna però stare attenti ai metadati, cioè alle informazioni sulle fonti che non sono sempre accessibili e verificabili. Così come è necessario controllare il modo in cui i dati sono assemblati, che non è mai neutrale.

Comunque si tratta di una svolta importante poiché gli utenti hanno a disposizione una quantità crescente di informazioni e possono collaborare a produrle ed elaborarle.

Quando parliamo di Data Journalism facciamo riferimento sia alle inchieste ricche di elementi fattuali sia alle infografiche sempre più frequenti sui media anche in Italia. Un quotidiano on line come Linkiesta offre ai lettori un’intera sezione di grafici.

E non è un caso se anche nel nostro Paese corsi di Data Journalism, come quello organizzato dall’Istat. A Roma, ad esempio, dal 24 al 26 maggio, si è tenuto il primo corso di Data Journalism in Italia, organizzato dalla Fondazione Ahrefdi Trento per 20 studenti di cui quattro con borsa di studio, finanziata anche grazie al contributo di Enel. Una prima edizione accolta con grande favore da professionisti e scuole di giornalismo, tanto  che le iscrizioni sono state chiuse la mattina stessa della presentazione del programma. Un successo che dimostra l’esigenza di nuove competenze nell’analisi e nella rappresentazione dei dati del nostro giornalismo.

Le nazioni che più utilizzano questi mezzi e metodi sono Stati Uniti e Inghilterra. Che hanno giornali come il New York Times e il Guardian, che usufruiscono ad alti livelli dei dati pubblici.

In sostanza il Data Journalism fa parte di una nuova era della comunicazione nella quale si offre all’utente una grande massa di informazioni, attraverso la quale il lettore stesso può contribuire ad allargare l’offerta giornalistica attraverso il crowdsourcing e il citizen journalism.

Un esempio di crowdsourcing è quello messo in atto da Wikileaks, che inizialmente aveva messo i suoi giganteschi files a disposizione soltanto di alcuni giornali perché li rilanciassero e poi li ha resi disponibili a tutti.

Siamo giunti al punto in cui un giornalista o un utente che abbia un minimo di retroterra giornalistico può costruirsi le proprie tabelle. Ad esempio il Data Warehouse I.stat consente di scegliere in cisacuna sezione gli elementi di maggior interesse. Oppure i grafici possono essere resi animati grazie al sito Gapminder. Gli utenti possono inoltre variare il signbificato di un grafico, come nel Better Life Index dell’Ocse, che consente di costruire le proprie scale del benessere tra le nazioni a seconda dei Paesi che ciscun utente attribuisce ai diversi fattori che lo influenzano.

L’Economistha addirittura parlato di data deluge. Mentre il movimento open data ha cominciato a battersi per l’accessibilità dei dati pubblici e in molti casi li riorganizza per renderli più accessibili.

 
 
 

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