Panama Papers, i nomi di uno dei maggiori scandali finanziari degli ultimi tempi

 

panamaSono giorni ormai che sui giornali, sui programmi di approfondimento televisivo, radiofonico e sui trending topics dei social network, sentiamo o leggiamo le parole Panama Papers.

A un anno dall’uscita della Lista Falciani, creata dall’informatico Hevrè Falciani per rivelare i nomi dei detentori di conti segreti presso la banca Hsbc di Ginevra, ecco che arrivano loro: 11,5 milioni di documenti per 2,6 terabyte di materiale trapelati da uno dei più importanti studi legali del mondo per la creazione di società offshore, il Mossack Fonseca.

Una fuga di notizie senza precedenti che coinvolge 210 mila società offshore, 21 paradisi fiscali in cui risultano costituite le stesse, 14 mila banche, studi legali, fondazioni e fiduciarie con cui Mossack Fonseca, con sede centrale a Panama, ma presente in 42 Paesi, ha collaborato per creare le suddette società, 500 banche coinvolte nell’apertura di conti per queste e 800 nomi italiani trapelati dai leaks.

Tutti questi numeri ci hanno accompagnato leggendo le notizie relative al caso, ma è stato l’Espresso dello scorso venerdì ad aver pubblicato i primi cento nomi di italiani coinvolti nella faccenda e a ricapitolare dettagliatamente la storia.

L’Espresso è la rivista italiana che fa parte del consorzio ICIJ, The International Consortium of investigative journalism, il network formato da 185 giornalisti di 65 Paesi a cui il Süddeutsche Zeitung, la prima testata a entrare in possesso dei documenti grazie a uno dei dipendenti del Mossakc Fonseca, ha consegnato i leaks.

Un whistleblower, una fonte anonima, ha messo quindi in atto quello che potrebbe considerarsi uno degli scandali finanziari di maggiore portata degli ultimi tempi. Da un anno i vari giornalisti sparsi nel mondo hanno analizzato questi documenti e ora ognuno, in base alla nazione di interesse, si sta occupando di setacciare tra i vari leaks la presenza di detentori di capitali nei paradisi fiscali. Barbara D’Urso, Carlo Verdone, Valentino Garavani, il celebre stilista di alta moda, Luca Montezemolo, sono i nomi di alcuni dei “vip” emersi da questa prima scrematura della documentazione. In mezzo anche banche italiane quali Unicredit e Ubi, che hanno fatto da intermediarie in questa creazione di società offshore.

Questi personaggi, dal canto loro, hanno già rilasciato delle dichiarazioni. Il presidente di Alitalia Luca Montezemolo afferma di non aver commesso alcun illecito e che questa società panamense, proposta dai suoi consulenti finanziari, non ha visto mai realizzati gli investimenti; Carlo Verdone e Valentino hanno negato, attraverso i loro legali, un coinvolgimento in questi affari offshore; la regina della televisione italiana, sempre tramite avvocati, spiega che la sua intenzione era di aprire una società immobiliare alle Seychelles, ma che il business non è andato a buon fine.

Coinvolti in Panama Papers anche tanti nomi di risonanza nello scenario internazionale: uomini legati a Vladimir Putin, l’ormai ex premier islandese Sigmundur Gunnlaugsson, David Cameron, Marine Le Pen. In tutto questo poi non poteva mancare l’ipotesi di complotto a danno del primo. Secondo un tweet di Wikileaks citato, in difesa della sua posizione, anche da Putin durante un incontro con i giornalisti tenutosi pochi giorni dopo la pubblicazione dei Papers, risulterebbe che l’inchiesta sia stata finanziata dal governo americano per attaccare politicamente il premier russo, ma questo è tutto da vedere.

Come è tutta da vedere la modalità di svolgimento dell’inchiesta stessa, criticata da alcuni Osservatori come quello di giornalismo europeo. Secondo l’EJO infatti, l’European Journalism Observatory, più che di lavoro di inchiesta si è trattato di speleologia dell’informazione, senza andare oltre il singolare fatto che tutta questa documentazione sia stata scoperta da una sola persona.

L’inchiesta comunque andrà avanti e, ci auguriamo, non solamente per rivelare altri nomi, bensì per capirci di più su come e per conto di chi, esattamente, è stato possibile accedere a questi documenti.

Sarà poi compito, nel nostro caso, dell’Agenzia delle Entrate, di incrociare le varie informazioni per capire se questi 800 abbiano effettivamente commesso un reato o meno. Detenere capitali di una società offshore infatti non è un atto, di per sé, illegale; basta rispettare alcuni criteri di cui l’Agenzia stessa dovrà verificare la presenza, tra cui lo scudo fiscale, la voluntary disclosure, ovvero il rientro dei capitali detenuti illecitamente all’estero per regolarizzare la propria posizione di contribuente, le regole di prescrizione per gli addebiti tributari.

L’importante è che non sia l’inchiesta stessa ad andare in prescrizione.