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Qwant, il motore di ricerca che non si fa i fatti vostri

 

Garantisce la privacy di chi naviga il web assicurando l’anonimato

Qwant è un motore di ricerca nato in Francia che assicura una navigazione anonima. Nessun cookie o altro programma di tracciamento viene installato nei browser. Insomma d’ora in poi possiamo stare più sicuri, abbiamo un’opportunità in più per evitare che i nostri dati di navigazione possano essere utilizzati per altri fini (vedi pubblicità e simili).

Nato nel 2013 a Parigi da un’idea di Eric Léandri è sbarcato in Germania e, da pochi mesi, anche in Italia. Al progetto ha lavorato anche  Alberto Chalon, direttore generale di Qwant, che assieme al country manager della filiale milanese Fabiano Lazzarini, costituisce l’anima tricolore dell’iniziativa. Qwant è un neologismo in cui la lettera “Q” rappresenta l’enorme quantità di dati che sono in rete e “want” è la contrazione da l’inglese “wanted”: ricercato.

La Home page di Qwant

La Home page di Qwant

Come funziona Qwant?

Tecnicamente l’intelligenza artificiale alla base di Qwant dissocia le ricerche fatte dal codice identificativo del dispositivo di chi fa la ricerca. In questo modo Qwant non raccoglie la cronolgia delle query fatte sul web e non può quindi creare profili di utilizzo da poter utilizzare per il “pushing” pubblicitario inconsapevole. In pratica un motore di ricerca che fa solo il motore di ricerca.

La differenza con i motori di ricerca “tradizionali”

I motori di ricerca come Google e Bing permettono sempre uno scambio di informazioni tra il dispositivo dell’internauta e il sito che viene visitato. Ciò avviene anche se si opziona la modalità navigazione anonima sul browser. Non c’è possibilità quindi di interrompere i flussi informativi che consentono ai siti di immagazzinare informazioni sensibili dell’utente.  Qwant, al contrario, assicura nessun immagazzinamento dei dati di traffico dell’utente, salvo che per alcuni servizi personalizzati per i quali si richiede esplicito consenso all’utilizzatore.

Progetto finanziato dall’Europa

Per la sua realizzazione gli ideatori del progetto Qwant hanno potuto contare anche su finanziamenti statali dalla Francia e su fondi concessi sulla Comunità Europea. La Banca Europea degli investimenti ha contribuito con  25 milioni di euro per quello che viene definito il primo motore di ricerca europeo. Ma della partita fa parte anche il gigante tedesco dell’editoria Axel Springer, quello del tabloid Bild e anche della versione europea di The Rolling Stone.

Quelli di Qwant promettono di ricambiare la fiducia accordata adottando un modello di business basato su inserzioni pubblicitarie, facilmente distinguibili dai risultati di ricerca, music and play store e la gestione di un canale per lo shopping online.

Home Page Duck Duck Go

Home Page Duck Duck Go

Prima di Qwant? DuckDuckGo e tanti altri

A dire il vero Qwant non è però una novità assoluta nel mercato dei motori di ricerca “etici”. È del 2008 il lancio di DuckDuckGo, il search engine  di Gabriel Weinberg. Un giovane laureato in fisica della Pennsylvania che è stato tra i primi a porsi il problema della tutela della privacy di chi naviga. Almeno altri cinque progetti di questo tipo sono nati per cercare di insidiare il primato di Google colpendolo sul punto debole più evidente: la gestione dei dati di traffico degli utenti come merce da vendere agli inserzionisti pubblicitari. Qwant sembra avere in più la benedizione dell’Unione Europea, da un po’ di tempo impegnata alla definizione di nuove regole da far rispettare ai grossi player del web e molto attenta ai tempi della privacy dei cittadini del vecchio continente.