Facebook: quando un “post” costa il licenziamento

 

Come ormai anche i muri sanno, i social network sono diventati un must per chi naviga in rete. Dagli adolescenti fino ai professionisti, tutti o quasi, non appena capitano on-line, hanno come meta preferita Facebook, Twitter o simili per dare un’occhiata alla propria pagina personale, aggiornarla o comunicare qualsiasi cosa gli passi per la testa in quel momento.

Può capitare, però, che l’utilizzo di un social network possa diventare nocivo: non mancano, infatti, casi di persone che postando in modo poco accurato messaggi “lavorativi” sulla propria pagina personale abbiano perso addirittura il posto di lavoro.

Come emerge sempre più spesso dalle pagine dei giornali o da blog ufficiali ed ufficiosi, si susseguono i casi di persone licenziate per via di disattenzioni sfociate in post denigratori per il proprio posto di lavoro oppure in richieste di giorni di malattia divenuti, in realtà, occasioni per andarsene in vacanza.

Da uno studio effettuato da Proofpoint è emerso che circa l’8% delle aziende negli Stati Uniti ha effettuato licenziamenti per via di comportamenti poco furbi degli impiegati sui social network. Ma gli Usa non hanno l’esclusiva in questo particolare metodo di taglio del personale visto che anche in Europa non mancano casi analoghi: ad ottobre del 2008, tredici membri dello staff della compagnia aerea inglese Virgin Atlantic sono stati licenziati perchè avevano usato una pagina del social network per criticare gli standard di sicurezza della società e per insultare ripetutamente i passeggeri della compagnia aerea.

Un mese dopo, Tom Stones, 22enne di Gloucester, è stato sanzionato dalla sua azienda, la catena di supermarket Tesco, perché è stato scoperto tramite un suo incauto post a fare baldoria mentre aveva detto al suo capo che avrebbe saltato il suo turno di lavoro per via di problemi fisici.

Caso simile in Svizzera: una 31enne elvetica, dipendente della compagnia assicurativa Nationale Suisse, è stata sorpresa in stato “attivo” su Facebook venendo licenziata in tronco dal suo capo. Il tutto perchè la donna non si era presentata sul posto di lavoro per via di una forte emicrania.

Numerosi anche i casi di impiegati licenziati per post curiosi o personali: a febbraio del 2009 la sedicenne inglese Kimberley Swann, impiegata da soli tre mesi presso la Ivell Marketing and Logistics, è stata cacciata solo perché aveva giudicato noioso il suo lavoro. Ad aprile dello stesso anno, la milanese Sara Amlesù si è vista sbattere la porta in faccia dopo quasi sette anni di lavoro dalla sua azienda, la Danieli, per via della creazione di un gruppo intitolato «Noi poveri sfigati che lavoriamo in Danieli», gruppo che aveva come intento, secondo la Amlesù, quello di fare amicizia con colleghi di altre città.

Paradossale infine, il caso, ancora anglosassone, risalente al dicembre scorso e riguardante la 22enne Holly Leam-Taylor. La ragazza è stata costretta alle dimissioni dalla sua azienda, la Deloitte, per via di un giochino sfuggito di mano alla dipendente: la Leam-Taylor, infatti, aveva indetto una sorta di sondaggio per eleggere “il maschio più attraente dell’ufficio” inviandolo ad un ristretto gruppo di sue colleghe via mail. Dopo poche ore dal suo invio, la mail, fortemente apprezzata, era stata inoltrata ovunque arrivando fino in Nuova Zelanda prima di essere avvistata anche dai vertici della Deloitte, decisamente contrari all’iniziativa. Ecco allora le dimissioni, secondo qualcuno forzate, della Leam-Taylor, dettasi pentita del suo gesto.

Per cui: lavoratori di tutto il mondo, occhio a quello che fate sui social network; trenta secondi di sufficienza potrebbero costarvi molto ma molto cari.